Elektra

  • Il capolavoro di Richard Strauss rivive in una nuova produzione del Teatro Comunale di Bolzano con la direzione musicale di Gustav Kuhn e la regia di Manfred Schweigkofler. Rivisitazione della tragedia di Sofocle, Elektra segnò l’avvio della fortunata collaborazione fra Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal: la regia di Manfred Schweigkofler ambienta la drammatica vicenda della principale protagonista fra tralicci, strutture mobili e tubi metallici che la collocano in una dimensione di modernità. Nel nuovo allestimento di Elektra l’orchestra di oltre cento elementi è disposta sul palcoscenico entrando così a far parte della scenografia per eseguire una delle partiture più imponenti e complesse della storia della musica.  

     

  • Regie / Regia / Director
    Manfred Schweigkofler

     

    Dirigent / Direttore d'orchestra / Conductor
    Gustav Kuhn

     

    Konzept Bühnenbild / Concetto scenografico / Set concept
    Hans-Martin Scholder

     

    Bühnenbild / Scene / Set design
    Michele Olcese

     

    Kostüme / Costumi / Costume design
    Violeta Nevenova

     

    Orchester / Orchestra / Orchestra
    Haydnorchester von Bozen und Trient/ Orchestra Haydn di Bolzano e Trento
    Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna

     

    Chor / Coro / Choir
    Coro del Teatro Municipale di Piacenza

     

    Sänger/ cast vocale/ singers
    Anna Katharina Behnke, Elena Popovskaya (Elektra) / Anna Maria Chiuri, Mihaela Binder-Ungereanu (Klytämnestra) / Michela Sburlati, Maida Hundeling (Chrysothemis)/ Richard Decker (Aegisth)/ Thomas Gazheli, Wieland Satter (Orest)

  • Note di regia

    Elektra di Hugo von Hofmannsthal è un dramma da camera nevrotico che si sviluppa nel bel mezzo di una grande rivoluzione. L'opera si concentra su momenti di intimità che accadono nel corso di un importante periodo storico. Le vicende intime si realizzano all'interno, mentre fuori continua a scorrere il sangue della rivoluzione (anche dopo la conclusione di "Elektra "). In Elektra c'è quindi un mondo interiore e uno esteriore, un sopra e un sotto.

    Nel mondo superiore si collocano la corte, il potere, il cerimoniale, la pompa magna; in quello inferiore invece l'Ade, la visione e la vicinanza della morte. Elektra è un'opera "importante", perché è di una musicalità imponente a cui corrisponde un'epoca di eventi storici significativi. Ma Elektra non è affatto grande se si considera sotto l'aspetto dello spazio. Qui Elektra diventa molto piccola: "angustia, impossibilità di fuga, chiusura" ecco cosa esigeva Hofmannsthal dalla scenografia di Elektra . Un'atmosfera da salotto e small talk, bagarre da piccola borghesia alla corte reale – questa è la nostra storia. Un giallo freddissimo e pieno di suspense all'interno di una famiglia elegante e nobile.

    Ogni volta, però, che la storia si fa piccola e intima, non dobbiamo dimenticare che "fuori" si continua a morire di massacri. Quasi quasi si sente l'asporto dei cadaveri, le grida di morte, l'odore del sangue della rivoluzione che penetra attraverso le fessure della corte.

    Le conseguenze della rivoluzione e del colpo di stato sono evidenti e non si possono ignorare. Una città distrutta, una corte rovinata e in rovina. E come il "Times" riportò solamente poche settimane fa che lo stato di distruzione nella zona terremotata dell'Aquila era l'immagine equivalente dello stato morale del governo italiano, così le figure di Elektra sono - parallelamente all'ambiente distrutto – rovine psicologiche di se stesse.

    Il paese è spaccato in due da uccisioni e assassini, da faide tra famiglie e intrighi, odio e ribellione. Dietro le scene continuano gli omicidi, non si fermano. Con la morte di Agamennon non è tornata la pace politica, i massacri proseguono. La rivoluzione continua a divorare i suoi figli, anche se verso l'esterno si comincia a ricostruire.

    Non ce mai fine, torna sempre a scorrere sangue fresco. Anche Orest – una volta al potere – continuerà ad uccidere; la spirale di vendetta non ha fine. L'opera termina con "Orest, Orest" ed era iniziata con "Agamennon".

    Si lavora comunque con impegno per ristabilire il vecchio ordine.

    Per questo scelgo come 'leitmotiv' dell'allestimento il pensiero della restaurazione. Alla corte si lava, si fa manutenzione alle fontane. Ma anche le figure si adoperano per ristabilire lo stato precedente, apparentemente idilliaco. Vogliono – e ciò li rende moderni – ritornare all'idillio che non c'è più.

    Questa ricerca delle figure della condizione di un tempo le rende moderne e attuali. Gli sforzi fatti oggi per trovare una via d'uscita dalla nostra crisi riportano semplicemente di nuovo al problema di come ristabilire in minor tempo possibile lo stato originario. Non si cercano nuovi obiettivi o nuove mete. La crisi è un'opportunità di cambiamento, e non di ripristino di ciò che ha condotto alla rovina.

    Ombre dal passato che si innalzano come nuvole scure sull'opera sono più forti delle visioni di un possibile futuro.

    Sono idilli rivolti indietro. Il concetto cristiano del perdono – unica via d'sucita – non esiste ancora e deve essere ancora inventato.

    È questo che ammorba le figure in Elektra . Girano attorno a se stesse, attorno al proprio problema e alle proprie nevrosi. L'altro viene percepito solamente come possibile aiuto alla risoluzione del proprio problema. La paura le immobilizza. E per questo tutti i mezzi sono giustificati per "uccidere" la paura. Questo mix di terrore è chiaramente riconoscibile in Clitämnestra. Sua figlia Ifigenia è stata sacrificata e ora teme, piena di panico, una possibile ricomparsa di Orest. Clitämnestra è odiata a corte e alla fine è sottoposta anche ella all'interrogativo sulla colpa e al giudizio: essa teme, quindi, il giudizio morale sul proprio operato per mano di Elettra e il giudizio finale – la propria uccisione – per mano di Orest. Non solo di se stessa in quanto essere umano, ma anche come regnante. Per questo motivo instaura un regime di terrore. Non si fida, è anche gelosa della sua confidente, di Elettra. Porta il peso di una sfiducia di fondo. Verso l'esterno conserva l'apparenza, si rifugia nella bellezza, nella presunzione, nel wellness, nell'alta moda, in feste e eventi vari. Ma dentro di lei traspare il terrore di essere abbandonata. Tollera le scappatelle di Ägisth , "the show must go on", eppure su tutta l'opera si stende un velo di fugacità, si intuisce la morte dietro l'apparenza, dalla prima nota all'ultima.

    Nella loro disperazione le figure ricorrono ai rituali – come sempre un innocuo tentativo di coprire il proprio potenziale fallimento. Per Elettra sono i rituali di negromanzia che offre, ogni giorno, come danzatrice sacra, in omaggio al defunto Agamennon. È imprigionata nei movimenti sempre uguali del rito, come un animale in prigione, in una gabbia da cui non c'è via di uscita perché la gabbia imprigiona l'anima.

    Clitämnestra ritualizza lo sfarzo della corte, dei lacché, dei parassiti, di chi la segue, assomigliando così anche a qualche politico di oggi.

    Ägisth segue invece i rituali anti-età della sorgente di giovinezza: palestra, pillole, viagra, stimolanti, ginseng.

    Per questo nell'opera nascono sempre dei momenti molto belli quando le figure escono dai rituali diventando umane, normali ("lass uns Karten spielen, Mama!")

    In questi piccoli momenti intuiamo che le cose avrebbero potuto anche andare diversamente. Qui si capisce che giustizia non può essere fatta attraverso la vendetta.

    La vendetta non produce pace. La vendetta è morte. La vendetta uccide, ma non libera il vendicatore. Questa è solo una conclusione ingannevole. La vendetta genera vendetta. Vendetta significa anche dover adattare la legge per essere nel giusto. Poiché ciò non è facile, occorre innalzare il rituale. La guerra, di per sè ingiusta, viene dichiarata sacra, il soldato semplice diventa guerriero sacro e quindi buono. E Elettra esegue la danza sacra della sacerdotessa, la sposa è pronta a morire, per suo padre. Nulla ostacola lei e il suo (presunto) idillio.

    Manfred Schweigkofler

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    Elettra vuole tornare al rapporto idillico con il padre Agamennon:

    Wo bist du, Vater? Hast du nicht die Kraft,
    dein Angesicht herauf zu mir zu schleppen?
    Ich will dich sehn, lass mich heute nicht allein!
    Nur so wie gestern, wie ein Schatten, dort
    im Mauerwinkel zeig dich deinem Kind!

    Sogna una situazione che fu e che era l'unica giusta. Il suo scopo di vita è ora espiare l'ingiustizia che ha distrutto tale idillio.

    Crisostemide vuole tornare alla vita idilliaca di un tempo, quando usciva, festeggiava, organizzava orge. Si attacca testardamente all'illusione di poter facilmente tornare alla vita normale e alla fortuna privata. Lo 'status quo ante' come idillio.

    Ich will heraus! Ich will nicht jede Nacht
    bis an den Tod hier schlafen! Eh ich sterbe,
    will ich auch leben! Kinder will ich haben,
    bevor mein Leib verwelkt, und wärs ein Bauer,
    dem sie mich geben, Kinder will ich ihm
    gebären und mit meinem Leib sie wärmen
    in kalten Nächten, wenn der Sturm die Hütte
    zusammenschüttelt!

    Clitämnestra

    ich will nicht länger träumen.

    non desidera altro che tornare all'idillio che c'era prima dell'incubo, quando riusciva ancora a dormire e non era terrorizzata da visioni terribili. Deve sopprimere il proprio dolore per non sentire la propria colpa. Ucciderebbe di nuovo per trovare pace.

    Sie hat geträumt,
    ich weiss nicht, was, ich hab' es von den Mägden gehört,
    sie sagen, dass sie von Orest, von Orest geträumt hat,
    dass sie geschrien hat aus ihrem Schlaf,
    wie einer schreit, den man erwürgt.

    E infine Orest, chiamato alla vendetta; già il nome rivela il suo destino: riparare le ingiustizie, ripristinare l'idillio, almeno quello politico, che lo vede come re legittimo.

    Tra lo stato effettivo e quello ambito dell'idillio c'è però per tutti un grande ostacolo. Esso dovrà essere eliminato, se si vuole raggiungere il presunto idillio. Le figure lottano per ripristinare la situazione idilliaca del passato. Ciò vale perfino per Ägisth , figura non appariscente, che prima deve eliminare i figli indesiderati della propria compagna attuale se vuole raggiungere il vero piacere.

    Tra Elettra e la pace della sua anima, la riunione con il padre, c'è l'assassinio di Agamennon non espiato, commesso da Clitämnestra e Ägisth . Finché rimarrà questa ingiustizia, Elettra non avrà pace. Minuziosamente pianifica l'uccisione della madre, immaginandosi la sua sofferenza e le sue grida. Questo le dà la forza di vivere.

    Clitämnestra si è caricata di una colpa che ora la perseguita.

    Diese Träume müssen
    ein Ende haben. Wer sie immer schickt:
    ein jeder Dämon lässt von uns, sobald
    das rechte Blut geflossen ist.

    È esaurita sia fisicamente che psichicamente, si tiene in piedi a fatica con stimolanti e farmaci; vegeta, non vive più. Le sue nevrosi nascono dal fatto che l'idillio che si immagina resta irraggiungibile. Di notte due grandi colpe le opprimono la testa: l'omicidio del marito, l'atteso omicidio di suo figlio Orest. Uccidere i propri figli, per non essere a sua volta uccisa! Ciò crea paura: paura che torni Orest e che la uccida prima che possa ucciderlo lei. Paura di Elettra. Clitämnestra intuisce che gli incubi non la lasceranno mai più. La sua unica speranza è Elettra che potrebbe disporre dei mezzi necessari per combattere i sogni (e fosse anche solo ascoltare!). Questa è in ogni caso l'aspettativa di Clitämnestra.

    Crisotemide non è una figura di luce, ma solo una santa apparente. Il suo obiettivo, il suo idillio è molto chiaro:

    Du bist es, die mit Eisenklammern
    mich an den Boden schmiedet. Wärst nicht du,
    sie liessen uns hinaus. Wär nicht dein Hass,
    dein schlafloses, unbändiges Gemüt,
    vor dem sie zittern, ah, so liessen sie
    uns ja heraus aus diesem Kerker, Schwester!
    Ich will heraus! Ich will nicht jede Nacht
    bis an den Tod hier schlafen! Eh ich sterbe,
    will ich auch leben! Kinder will ich haben,
    bevor mein Leib verwelkt, und wärs ein Bauer,

    Ma in mezzo c'è come un muro Elettra e il suo essere "indomato".

    Wärst du nicht, sie ließen uns hinaus

    Crisotemide ha probabilmente il problema minore di tutti. Lei che apparentemente è stata sempre meno considerata di Ifigenia, l'altra sorella, di Elettra o di Orest; lei, la brava, la semplice non si definisce, ma viene definita dal proprio ambiente, dalla propria famiglia. Per questo è colei che riesce ad adattarsi più velocemente e con minor difficoltà alle nuove situazioni. Anche perché ha imparato ad avvolgere nel cellofan i propri desideri e le proprie voglie – di vita, bambini, sesso – a volte anche il suo odio verso la propria famiglia. Eppure: sapendo, è in affanno, combattuta tra madre e sorella.

    Orest è soprattutto il fratello, il figlio ripudiato dalla madre, un uomo senza una propria destinazione. Il suo destino gli "succede", è così e basta. Sarà Elettra a mostrargli il possibile idillio, il senso più profondo del proprio destino, trasformando così Orest in un guerriero sacro.

    Elettra:

    Die Tat ist wie ein Bette, auf dem die Seele ausruht, wie ein Bett von Balsam, drauf die Seele ruhen kann.

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    Regieanmerkungen

    Elektra von Hugo von Hofmannsthal und Richard Strauss ist ein neurotisches Kammerspiel inmitten einer großen Revolution. Die Oper ist fokussiert auf intime Momente, die in und während großer Weltgeschichte passieren. Das Intime geschieht Innen, während Draußen die blutige Revolution vor sich geht und weiterläuft und weiterläuft (bis über das Ende der „Elektra" hinaus). In Elektra gibt es das Drinnen und das Draußen, aber auch das Oben und das Unten.

    Oben ist der Hofstaat, die Macht, das Zeremoniell, der Pomp; Unten ist der Hades, die Vision und die Nähe zum Tod. Elektra ist ein „großes" Stück, weil es musikalisch wuchtig ist und Weltgeschichte dekliniert. Aber Elektra ist kein großes Stück, wenn man es räumlich betrachtet. Da wird Elektra sehr, sehr klein: „Enge, Unentfliehbarkeit, Abgeschlossenheit", das verlangte Hofmannsthal vom Elektra-Bühnenbild. Wohnzimmeratmosphäre, Small Talk Ebenen, Kleinbürgergerangel am Königlichen Hof, das ist unsere Geschichte. Ein eiskalter, spannender Krimi in einer noblen, feinen Familie.

    Aber immer dann, wenn die Geschichte klein und intim wird, darf man nicht vergessen, dass „Draußen" das Morden weitergeht. Fast kann man das Entsorgen der Leichen und die Todesschreie hören, fast kann man das Blut der Revolution riechen, das zwischen den Ritzen des Hofstaates hindurchtrieft.

    Die Folgen der Revolution, des Staatsstreichs sind unübersehbar. Eine zerstörte Stadt, ein ruinierter und ruinöser Hof. Und wie die „Times" vor einige Wochen schrieb, der Zustand der Zerstörung im Erdbebengebiet von l´Aquila sei das äquivalente Bild zum moralischen Zustand der italienischen Regierung, so sind die Figuren der Elektra parallel zum zerstörten Ambiente psychische Trümmerfelder ihrer selbst.

    Das Land ist von Mord und Totschlag, von Familienfehden und Intrigen, von Hass und Rebellion zerbombt, zerschlagen. Das Morden geht hinter den Kulissen weiter, es ist nicht gestoppt worden. Mit Agamemnons Tod ist keine politische Ruhe eingekehrt, das Schlachten geht weiter. Die Revolution frisst ihre Kinder weiter, auch wenn nach außen hin schon wieder gebaut und wiederhergestellt wird.

    Man kann nie fertig werden, es rinnt immer wieder neues Blut nach. Auch Orest wird - einmal an der Macht – weiterschlachten, die Spirale der Rache wird nicht aufhören. Die Oper endet mit „Orest, Orest" und hatte begonnen mit „Agamemnon".

    Eifrig wird an der Wiederherstellung der alten Ordnung gearbeitet.

    Deshalb wähle ich als Leitmotiv der Inszenierung den Gedanken der Restauration. Es wird geputzt am Hof, die Springbrunnen werden instandgesetzt. Aber auch die Figuren arbeiten an der Wiederherstellung eines vergangenen, scheinbar idyllischen Zustandes. Sie wollen – und das macht sie sehr modern - zurück in eine Idylle, die es nicht mehr gibt.

    Dieses Streben der Figuren nach einem Zustand, wie er früher einmal war, macht sie sehr modern und heutig. In unsere Krise führen die Bemühungen aus dieser heraus zu kommen, nur wieder zur Frage, wie man so schnell als möglich wieder den Zustand ante herstellen könnte. Man sucht nicht nach neuen Zielen, Destinationen. Die Krise ist eine Chance zur Veränderung, nicht zur Wiederherstellung von dem, was ohnehin zum Scheitern geführt hat.

    Die Schatten der Vergangenheit, die wie dunkle Wolken über dem ganzen Stück aufziehen, sind stärker als die Visionen einer möglichen Zukunft.

    Es sind rückwärtsgewandte Idyllen. Das christliche Konzept der Vergebung, das als einziges einen Ausweg wüsste, gibt es noch nicht und muss erst noch erfunden werden.

    Daran kranken die Figuren der Elektra. Sie kreisen um sich selber, um ihr eigenes Problem, um ihre Neurose. Der andere wird nur wahrgenommen, insofern er helfen könnte, das eigene Problem zu lösen. Die Angst lähmt sie. Und deshalb sind alle Mittel recht, die Angst zu töten. Bei Klytämnestra ist dieser Angst-Mix klar zu erkennen. Sie, deren Tochter Iphigenie man geopfert hat, die voller Panik eine mögliche Wiederauftauchen von Orest befürchtet, die gehasst wird am Hof, unterliegt nicht zuletzt auch der Frage von Schuld und Gericht: sie fürchtet das moralische Urteil ihrer Tat durch Elektra, und das tatsächliche Urteil - ihre eigene Ermordung - durch Orest. Nicht nur für sich als Mensch, sondern für sich als Herrscherin. Deshalb hat sie ein Terror-Regime installiert. Sie ist misstrauisch, sie ist auch eifersüchtig, auf ihre Vertraute, auf Elektra. Sie schleppt ein Urmisstrauen mit sich herum. Nach außen hin wahrt sie den Schein, flüchtet in Schönheit, Aufgeblasenheit, Wellness, Haute-Couture, Parties und Events. Aber innen scheint die Panik durch, verlassen zu werden. Sie toleriert die Eskapaden Ägists, „the show must go on", aber es liegt ein Hauch von okkulter Vergänglichkeit über der ganzen Oper, man ahnt den Tod hinter dem Schein, vom ersten Ton zum letzten.

    In ihrer Hilflosigkeit greifen die Figuren zu Ritualen – wie immer ein harmloser Versuch, das mögliche eigene Scheitern zu kaschieren. Bei Elektra sind es die Totenbeschwörungsrituale, die sie täglich als Tempeltänzerin dem toten Agamemnon als Opfer darbringt. Sie ist gefangen in den ritualisierten immergleichen Bewegungsabläufen eines eingesperrten Tieres, in einem Käfig, aus dem es kein Entrinnen gibt, weil dieser Käfig die Seele gefangen hält.

    Klytämnestra ritualisiert den Pomp des Hofstaates, der Lakaien, der Mitschwimmer und Mitesser und sie wird darin manchem heutigen politischen Herrscher nicht unähnlich.

    Ägisth pflegt die Jungbrunnen-AntiAging-Rituale: Fitnesstudio, Pillen, Viagra, Muntermacher, Ginseng.

    Deshalb ergeben sich immer dann sehr schöne Momente in dieser Oper, wenn die Figuren aus ihren Ritualen heraustreten und menschlich werden, normal (‚lass uns Karten spielen, Mama!')

    In diesen kleinen Momenten ahnen wir, dass es anders hätte kommen können. Hier ahnt man, dass Gerechtigkeit nicht durch Rache erreicht werden kann.

    Rache produziert keinen Frieden. Rache ist unlebendig. Rache tötet, befreit aber den Rächenden nicht. Das ist ein Trugschluss. Rache gebiert Rache. Rache heißt auch, das Recht zurecht biegen zu müssen, um in der Gerechtigkeit zu sein. Da dies nicht so ohne weiteres möglich ist, braucht es wieder eine rituelle Erhöhung. Der an und für sich ungerechte Krieg wird als heilig deklariert, der einfache Soldat wird zum Heiligen Krieger und somit zu etwas Gutem. Und Elektra tanzt den heiligen Tanz der Priesterin, die Braut ist bereit für den Tod, für ihren Vater. Ihr und ihrer (vermeintlichen) Idylle steht nichts mehr im Weg.

    Elektra will in die Agamemnon -Idylle ihres Vaters zurück:

    Wo bist du, Vater? Hast du nicht die Kraft,
    dein Angesicht herauf zu mir zu schleppen?
    Ich will dich sehn, lass mich heute nicht allein!
    Nur so wie gestern, wie ein Schatten, dort
    im Mauerwinkel zeig dich deinem Kind!

    Sie träumt einen Zustand, der war, der der einzig Richtige war. Die Ungerechtigkeit, die diese Idylle verbaut hat, zu sühnen, wird zu ihrer Lebensaufgabe.

    Chrysothemis will in die Lebe-Idylle zurück, als sie noch ausgehen, feiern, Orgien abhalten durfte. Stur hält sie die Illusion aufrecht, man könnte eh wieder leicht ins normale Leben und ins private Glück zurück. Der ‚Status Quo ante' als Idylle.

    Ich will heraus! Ich will nicht jede Nacht
    bis an den Tod hier schlafen! Eh ich sterbe,
    will ich auch leben! Kinder will ich haben,
    bevor mein Leib verwelkt, und wärs ein Bauer,
    dem sie mich geben, Kinder will ich ihm
    gebären und mit meinem Leib sie wärmen
    in kalten Nächten, wenn der Sturm die Hütte
    zusammenschüttelt!

    Klytämnestra

    ich will nicht länger träumen.

    wünscht sich nichts sehnlicher als die Pre-Alptraum-Idylle, als sie noch schlafen konnte und nicht terrorisiert wurde von den üblen Nachgesichtern. Sie muss ihren Schmerz betäuben, um ihrer Schuld nicht zu spüren. Sie würde sofort wieder morden, um ihren Frieden zu finden.

    Sie hat geträumt,
    ich weiss nicht, was, ich hab' es von den Mägden gehört,
    sie sagen, dass sie von Orest, von Orest geträumt hat,
    dass sie geschrien hat aus ihrem Schlaf,
    wie einer schreit, den man erwürgt.

    Orest schließlich, der Zur-Rache-Berufene, hat schon in seinem Namen eingeschrieben, was sein Schicksal ist: die Wiedergutmachung des Unrechts, die Wiederherstellung der – zumindest – politischen Idylle, die ihn als rechtmäßigen Herrscher vorsieht.

    Zwischen dem Ist-Zutand und dem Soll-Zustand der erwünschten Idylle steht aber – für alle - ein Hindernis. Diese gilt es aus dem Weg zu räumen, will man zur vermeintlichen Idylle gelangen. Die Figuren kämpfen um die Wiederherstellung ihrer in der Vergangenheit liegenden Idylle. Sogar für den eher unscheinbaren Ägist, der zuerst die ungeliebten Kinder seiner jetzigen Lebensabschnittspartnerin aus dem Weg räumen muss, um zum eigentlichen ‚Fun' zu gelangen.

    Zwischen Elektra und ihrem Seelenfrieden, der Wiedervereinigung mit ihrem Vater, steht der ungesühnte Mord, den Klytämnesta und Ägisth an Agamemnon begangen haben. Solange dieses Unrecht besteht, kann Elektra keine Ruhe finden. Minutiös hat sie die Tötung ihrer Mutter, ihre Leiden, ihre Schreie geplant, sich ausgemalt. Dafür lebt sie, das gibt ihr Kraft.

    Klytämnestra hat Schuld auf sich geladen und wird von dieser nun gepeinigt.

    Diese Träume müssen
    ein Ende haben. Wer sie immer schickt:
    ein jeder Dämon lässt von uns, sobald
    das rechte Blut geflossen ist.

    Sie ist physisch und psychisch am Ende, hält sich mühsam bei Kräften, mit Aufputschmitteln, Medikamenten, sie vegetiert, sie lebt nicht mehr. Ihre Neurosen ergeben sich aus der Unerreichbarkeit der Idylle, die sie erahnt. 2 große Schuldfragen geistern in ihrem Kopf in der Nacht: der schuldhafte Mord an ihrem Mann, der zu erwartende Mord an ihrem Sohn Orest. Ihre Kinder töten, um nicht selbst getötet zu werden! Das produziert Angst: Angst, dass Orest wieder kommt, und sie tötet, bevor sie ihn selber töten kann. Angst vor Elektra. Klytämnestra ahnt, dass die Träume sie nie mehr verlassen werden. Ihre einzige Hoffnung liegt bei Elektra, die wohl über Mittel gegen Träume verfügen könnte (und sei es nur Zuhören!). Dies ist zumindest die Erwartung der Klytämnestra.

    Chrysothemis ist keine Lichtgestalt, sondern nur eine Zum-Schein-Heilige. Ihr Ziel, ihre Idylle ist klar:

    Du bist es, die mit Eisenklammern
    mich an den Boden schmiedet. Wärst nicht du,
    sie liessen uns hinaus. Wär nicht dein Hass,
    dein schlafloses, unbändiges Gemüt,
    vor dem sie zittern, ah, so liessen sie
    uns ja heraus aus diesem Kerker, Schwester!
    Ich will heraus! Ich will nicht jede Nacht
    bis an den Tod hier schlafen! Eh ich sterbe,
    will ich auch leben! Kinder will ich haben,
    bevor mein Leib verwelkt, und wärs ein Bauer,

    Aber dazwischen steht wie eine Wand Elektra und ihr „unbändiges" Sein.

    Wärst du nicht, sie ließen uns hinaus

    Chrysothemis hat wohl das kleinste Problem von allen. Sie, die scheinbar immer weniger beachtet worden ist als Iphigenie - die andere Schwester -, als Elektra, als Orest; sie, die Brave, Unkomplizierte definiert nicht, nicht einmal sich selber, sie wird definiert von ihrer Umgebung, von ihrer Familie. Deshalb ist sie auch diejenige, die sich am schnellsten und leichtesten auf neue Umstände einstellen kann. Auch weil sie gelernt hat, ihre Wünsche, ihre Lust – aufs Leben, auf Kinder, auf Sex –, manchmal auch ihren Hass auf ihre Familie, in Cellophan zu verpacken. Und trotzdem: als Mitwisserin ist sie gehetzt, hin- und her gerissen zwischen Mutter und Schwester

    Orest ist zunächst der Bruder, der verstoßene Sohn seiner Mutter, ein Mann ohne klare eigene Determination. Sein Schicksal „passiert" ihm, es ist halt so. Es ist Elektra, die ihm die mögliche Idylle aufzeigt, das Höhere hinter seinem Schicksal, und Orest so zum Heiligen Krieger macht.

    Elektra:

    Die Tat ist wie ein Bette, auf dem die Seele ausruht, wie ein Bett von Balsam, drauf die Seele ruhen kann.

    Manfred Schweigkofler

  • „Elektra bellissima e terribile in salsa grunge: La regia di Manfred Schweigkofler si confermava capace di cogliere con una gestualitá contenuta ma espressiva le molteplici accezioni del libretto di Hofmannsthal, lavorando soprattutto sui complesi rapporti tra i personaggi nel quadro verticale della scena."

    Emilia Campagna, Amadeus, marzo 2010

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    "Lo spirito della tragedia classica riviveva nei simboli, nell'essenzialità dell'allestimento, nella maschera che in qualche modo, in fogge del tutto attuali, riproponevano i costumi. Mai una caduta di tensione, nell'anima un po' rock dello spettacolo.... Lo spettacolo vive nella violenta carica espressiva che sprigiona..."

    Carla Moreni, il sole24ore, 17.01.2010

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    "Applausi e grida di consenso hanno accolto la prima di Elektra per la regia di Schweigkofler e la direzione musicale di Kuhn. La nuova produzione del Teatro Comunale di Bolzano è intensamente drammatica e emozionate, sia nella lettura musicale sia nell'allestimento teatrale."

    Monique Ciola, Il giornale della musica, 16.01.2010

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    „Per Elettra un mondo in rovina."

    Angelo Foletto, la Repubblica, 16.01.2010

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    "spettacolo veramente avvincente"

    Giampiero Cane, il manifesto, 07.02.2010

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    "visioni che si imprimeranno a lungo nella mente degli spettatori"

    Alfredo Tenni, Libertá di Piacenza, 31.01.2010

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    "due ore senza un momento di respiro con una precisa determinazione (...) operando fondamentalmente sui personaggi, ognuno costruito con una tensione rappresentativa ed emotiva talmente forte (...)"

    Gian Paolo Minardi, Gazetta di Parma 26.01.2010

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    „Bolzano: eccellente produzione di Elektra al Teatro Comunale. Insomma, uno spettacolo coinvolgente che sa restituire l'incubo di Elektra nel migliore dei modi..."

    Rino Alessi, L'Opera, 01.02.2010

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    "Si è trovato una soluzione visivamente e teatralmente suggestiva, collocando l'orchestra dietro la scena, in modo che, quasi al buio, con davanti un velatino nero, essa diveniva un oscuro fondale e insieme evocava qualcosa della cavea del teatro antico. ... In questo limitato spazio scenico, sfruttando bene la disposizione verticale, il regista Manfred Schweigkofler, definisce con gesti incisivi, carichi spesso di grande forza allusiva, l'azione e il succedersi di dialoghi a due che prevalentemente la caratterizzano... Gustav Kuhn ha governato l'insieme con forte tensione."

    Paolo Petazzi, Classic Voice, 01.02.2010

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    "È un impianto scenico rigido, severo, ideale nel dare l'idea sia dell'aria mefitica che si respira nel claustrofobico palazzo degli Atridi sia della geografia dei rapporti che intercorrono tra i membri della disgraziata famiglia. .. Il cast non ha nulla da invidiare a quelli di tetri più sovvenzionati. Anna Maria Chiuri dà vita a una Clitämnestra carismatica, piena di forza tragica e Anna Katharina Behnke, in virtù di un declamato vibrante ma sempre morbido, a un'Elettra da manuale. "

    Enrico Girardi, Corriere della sera, 20.01.2010

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    "Con questa seconda opera di Strauss, la produzione ci dà uno spettacolo veramente avvincente."

    Giampiero Cane, il Manifesto, 07.02.2010

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    "Plauso all'intera operazione, di altissimo livello artistico, che conferma la capacità e la forza di programmazione del Teatro di Bolzano."

    Emilia Campagna, L'Adige, 18.01.2010

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    "Elektra, tragica magia e sul palcoscenico c'è anche l'Orchestra. Una magnifica sorpresa l'elektra del teatro Comunale andata in scena sabato e domenica. L'allestimento di Manfred Schweigkofler e l'orchestra posizionata sul palco, danno un impatto visivo davvero emozionante; 115 musicisti composti dalle Orchestre di Bolzano-Trento e dell'Emilia-Romagna, diretti alla perfezione dalla bacchetta ispirata di Gustav Kuhn, descrivono visivamente quanto Strauss aveva pensato per loro. .. Gli interpreti sono tutti di ottimo spessore. "

    Il Resto del Carlino – Modena, 26.01.2010

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    "a dar rilievo a questa diversità è stato il regista di questa fortunata edizione, Manfred Schweigkofler, il quale ha gestito l'impegnativa campata di due ore senza un momento di respiro con una precisa determinazione volta a ricreare la forza icastica della tragedia... operando fondamentalmente sui personaggi, ognuno costruito con una tensione rappresentativa ed emotiva talmente forte. ... Impresa più che meritoria questa realizzata dai quattro nostri teatri che oltre alla mano sicura di Kuhn, alla visione decisa del regista, ha potuto giovarsi di interpreti di ottima adderenza, tra cui ha trovato spicco nel ruolo protagonistico l'autorevolissima, affascinante Anna katharina Behnke come pure a fianco di essa si sono distinte per intensità le nostre Michela Sburlati (Crisotemide) e Anna Maria Chiuri (Clitämnestra)."

    Gian Paolo Minardi, Gazzetta di Parma, 26.01.2010

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    "Per l'Elektra di Strauss un solo grido: bravi!.

    Un grande successo, con molte grida di «bravi», ha salutato, ieri sera, la 'prima' del nuovo allestimento della stagione lirica del Municipale. ... Lo spettacolo ha colpito anche per la sua originale disposizione scenica: L'immensa orchestra prescritta da Strauss, è disposta nel fondo del palcoscenico contro uno sfonod nero e suona 'a vista'. "

    Alfredo Tenni, Libertà di Piacenza, 31.01.2010

  • Dirigent / Direttore d'orchestra / Conductor

    22 Sänger / cantanti / singers

    Orchester / Orchestra (110 elements)

    Chor / coro / choir (24)

    1 Pantomime / mimo / mime

    Dauer/ durata/ lenght: 119 min.

     
 
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